
Nella notte tra il 7 e l’8 aprile, molti sono rimasti svegli, con il timore di assistere all’inizio di qualcosa di simile a un’apocalisse. Donald Trump aveva infatti minacciato che, se l’Iran non avesse accettato una tregua, alle 2 di notte – ora italiana – gli Stati Uniti, insieme a Israele, “avrebbero riportato il Paese all’età della pietra”. “Riaprite lo Stretto di Hormuz, pazzi bastardi”: era stata un’altra invettiva del presidente americano rivolta alla classe dirigente iraniana.
Nella serata del 7 aprile non si era fatta attendere la reazione di Papa Leone, che riferendosi all’ultimatum di Trump aveva dichiarato: “Questo veramente non è accettabile. Qui ci sono certamente questioni di diritto internazionale, ma c’è molto di più: c’è una questione morale per il bene del popolo. Vorrei invitare tutti a pensare, nel cuore, a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani totalmente innocenti che sarebbero anche loro vittime di questa escalation, di questa guerra che è cominciata. Già dai primi giorni dicevamo: torniamo al dialogo, alle negoziazioni, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui”.
Nel corso della notte, all’avvicinarsi dell’ora “X”, è arrivata la notizia di un accordo parziale, raggiunto grazie alla mediazione del Pakistan. “Sulla base delle conversazioni intrattenute con il primo ministro Shehbaz Sharif e con il feldmaresciallo Asim Munir – scriveva Trump su Truth Social – e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti per un periodo di due settimane”.
Il mondo, dunque, resterà ancora per due settimane con il fiato sospeso. Che cosa accadrà ora? L’apocalisse è solo rinviata? La distruzione dell’Iran semplicemente posticipata? O si riuscirà a trovare un accordo duraturo?
La questione è drammaticamente seria: non solo per gli equilibri in Medio Oriente e per il futuro del popolo iraniano, ma anche per gli equilibri – e gli squilibri – economici globali, compresi quelli dell’Italia. È ormai evidente come l’apertura o la chiusura dello Stretto di Hormuz condizioni in modo decisivo il prezzo del petrolio e, a cascata, il costo dell’energia e l’andamento dell’inflazione. Un Paese come il nostro, per attenuare gli effetti di un aumento dei prezzi, ha come principale leva quella di incrementare il debito pubblico, che è già enorme. Esisterebbe anche la strada degli extraprofitti, ma continua a sembrare difficilmente percorribile o, forse più semplicemente, non la si vuole percorrere, per gli interessi in gioco.
Da qualunque angolazione la si osservi, questa situazione assume i tratti di un incubo dal quale non riusciamo a svegliarci. Chi aveva promesso di risolvere in due settimane – sì, sempre “due settimane” – la guerra in Ucraina, sembra oggi averla accantonata, mentre agisce in modo dissennato in Medio Oriente, finendo per farsi dettare l’agenda da Benjamin Netanyahu: così nella Striscia di Gaza, così nelle relazioni con l’Iran.
L’Europa, per quanto è nelle sue possibilità, deve trovare il coraggio di porre un limite alle mire – e alle derive quasi messianiche – dell’attuale presidente degli Stati Uniti. “Bisogna pregare tanto”, ha detto Papa Leone sempre nella serata del 7 aprile, ma ha anche aggiunto che è necessario “cercare come comunicare, forse con i Congressisti, con le autorità, per dire che noi vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace, e c’è tanto bisogno di pace”. Se nessuno almeno prova a cercare vie di pace, a pagare saranno tutti.
In questi giorni, dall’equipaggio di Artemis II arrivano nuove immagini della Terra, dopo quelle famose scattate dall’Apollo 8 nel 1968: un pianeta piccolo, eppure straordinariamente bello, vitale, prezioso. Perché, invece di continuare a spingere sull’acceleratore della distruzione, non imparare a prendercene veramente cura?
Alessio Magoga








