
Un "fiume di grazia" sgorgò dal terremoto di 50 anni fa in Friuli: vita e speranza questo popolo, il nostro, seppe infatti trarre «con pazienza e dignità» da quella tragedia. Quel fiume fu alimentato a monte da un "torrente di carità", proveniente anche dalle diocesi, un’ottantina, che si gemellarono con le parrocchie disastrate per dotarle di centri di comunità che potessero garantire senza interruzioni l’aggregazione delle persone, evitando il pericolo di smarrire il senso di comunità e perdere l’identità.
I nomi di quelle Chiese, italiane ed estere, e di quei paesi friulani, a volte molto piccoli, sono stati letti come una lunga litania di gratitudine all’inizio della concelebrazione di domenica 3 maggio sulla spianata della caserma Goi Pantanali di Gemona con cui il Friuli, la Chiesa in Friuli, ha ridetto, anzitutto a Dio, che «ringrazia e non dimentica».
Non dimentica i quasi mille morti del 6 maggio 1976 e ringrazia ancora di tanta solidarietà ricevuta, ricambiata soprattutto con l’esempio, nella ricostruzione subito seguita, di un «modello di rinascita civile» innervata da «valori di fraternità e carità», come scritto nel messaggio pervenuto dal Santo Padre e letto dall’arcivescovo di Udine mons. Riccardo Lamba. Il quale, ridando eco ai continui richiami post sisma che furono lanciati dal grande vescovo del terremoto mons. Alfredo Battisti, ha messo in guardia dalle «tante scosse che rischiano di portare via il futuro a questo popolo, specie la fede e la speranza che solo al fogolar della famiglia e della Chiesa si possono attingere».
Il cardinale Matteo M. Zuppi, presidente della Cei - che ha presieduto il rito solenne, sinfonia delle molte lingue della nostra terra, alla presenza di 32 delegazioni diocesane e 19 vescovi (mons. Riccardo Battocchio fra questi) e delle croci astili di tante parrocchie friulane da cui pendevano multicolori nastri - ha subito ricordato la prova del terremoto del Friuli come «un momento di grande unità (dove) insieme si è stati capaci di combattere ogni avversità».
Ha rimarcato il cardinale: «Si lavorò allora insieme senza piccinerie, si manifestò un noi superiore dove il tutto è superiore alla parte». E qui ha richiamato le eredità rimaste dell’esperienza Friuli: la protezione civile, il consolidarsi delle caritas diocesane con scambi di solidarietà che aiutarono sia chi stava soffrendo la privazione di tutto sia chi offriva amore. E poi le priorità decise dal popolo friulano, modello per ogni futura rinascita da calamità: prima le fabbriche, poi le case, dopo le chiese. Un percorso lanciato dalla Chiesa in Friuli che sposò pure l’anelito di «ricostruire lì dove era» (mirabile l’esempio delle dodicimila pietre rimesse al loro posto del distrutto duomo di Venzone).
Il cardinale si è lasciato andare pure a ricordi che sono motivi per credere nell’amore di Dio nel dolore: ricordi dei morti trovati abbracciati tra loro, del papà ritrovato con in braccio il suo bambino, dei due cadaveri di uomini rinvenuti sopra le loro spose sopravvissute così ai crolli fatali («questi cari sono con noi - ha detto ai 5000 fedeli presenti - in questa grande cattedrale all’aperto che ha il cielo come tetto»).
Amore, testamento lasciatoci dai tanti morti del Friuli, è stata l’ultima parola dell’omelia del card. Zuppi che ha citato Paolo VI: «Il nostro cuore è come un sismografo che va tenuto acceso perché continui a registrare un amore disinteressato e solidale». È la sfida anche di oggi: «Non essere indifferenti ai terremoti della storia attuale, primo quello della guerra».
Walter Arzaretti






