LA STORIA: una cappella italiana nelle Isole Orcadi in Scozia
Costruita dai prigionieri italiani durante la Seconda guerra mondiale
Redazione Online
27/05/2026
Una rappresentazione stilizzata della Cappella degli italiani presso le Isole Orcadi in Scozia

C’è un crocifisso delle nostre Dolomiti che campeggia in un’isola quasi sperduta delle Orcadi, in Scozia. Il crocifisso, scolpito su legno della Val di Fassa, è stato donato dal Comune di Moena a una chiesetta costruita da prigionieri italiani durante la Seconda guerra mondiale. Tra questi soldati – oltre mille, fatti prigionieri dagli inglesi in Africa – uno in particolare è legato alla realizzazione di questa piccola chiesa: Domenico Chiocchetti, nativo proprio di Moena, nelle Dolomiti.

La storia. Ma andiamo per ordine, per capire come si è arrivati all’edificazione di questo luogo di culto, divenuto uno dei più frequentati delle Orcadi, con circa 100 mila visitatori all’anno. I prigionieri italiani deportati in queste isole dovevano costruire delle barriere in mare per rendere sicura la zona dalle incursioni dei sottomarini tedeschi. La parte sfortunata dei prigionieri venne spedita a lavorare alle Barriers, nelle cave, dove si estraevano gli enormi blocchi di pietra che, posti all’interno di grandi gabbie metalliche, venivano poi calati in mare tra le isole per creare le barriere. La vita al campo e nelle cave era dura e, in qualche occasione, gli italiani intrapresero anche degli scioperi.

Una parte più fortunata dei prigionieri rimase però a lavorare presso il “Campo 60”. Vennero impiegati come cuochi, calzolai, sarti, ma anche negli uffici amministrativi. Fu questo il caso di Domenico Chiocchetti che, essendo un artista e capace di leggere e scrivere con disinvoltura, venne incaricato di copiare documenti, evitando così il duro lavoro nelle cave.

Nel settembre del 1943 arrivò al Campo 60 un sacerdote, padre Gioacchino Giacobazzi. Catturato in Africa, fu inviato a Edimburgo e successivamente alle Orcadi. Il governo britannico stava infatti cercando di assegnare dei sacerdoti ai vari campi. Con l’arrivo di padre Giacobazzi nacque l’idea della cappella. I prigionieri italiani espressero il desiderio di avere un luogo di culto, richiesta che venne accolta dal maggiore Buckland, a capo del Campo.

Ovviamente, per reperire i materiali da costruzione ci si arrangiò come si poté, utilizzando due baracche Nissen di lamiera come struttura principale. Il cemento venne donato dalla Balfour Betty, l’impresa britannica che, assieme ai prigionieri, stava costruendo le barriere. Vennero recuperati pezzi di ferro dai relitti delle navi e scarti di legno e altri materiali in luoghi abbandonati.

Il maggiore Buckland – descritto successivamente dai prigionieri come un uomo buono e giusto – sostenne sempre con convinzione il progetto della cappella e divenne l’elemento di collegamento con il mondo esterno per reperire i materiali. All’interno del Campo venne addirittura istituito un “fondo cassa per la cappella”, denaro che i prigionieri ricavarono dalla vendita di oggetti realizzati a mano e di beni di prima necessità all’interno della mensa.

La costruzione della cappella. Alcuni orcadiani donarono materiali e attrezzi; un negoziante di Kirkwall fornì i colori che servirono a Chiocchetti per realizzare i suoi meravigliosi dipinti. La cappella fu costruita tra il 1943 e il 1945 e a coordinare i lavori fu Domenico Chiocchetti, già noto all’interno del Campo per le sue doti artistiche. Domenico si affezionò così tanto alla chiesina che si fermò alle Orcadi anche dopo la fine della guerra, per portare a termine il suo lavoro.

Tra gli artefici principali di questa bellissima chiesetta ricordiamo anche il fabbro abruzzese Giuseppe Palumbi, l’operaio specializzato in strutture di cemento Domenico Buttapasta, gli elettricisti Assunto Micheloni e Michele De Vitto, il falegname Sforza, i muratori Barcaglioni e Battiato, e molti altri uomini che – nel mezzo delle brutture della guerra, lontani da casa e in condizioni di vita misere e precarie – riuscirono a creare qualcosa di così unico e magnifico.

Entrando nella cappella oggi si rimane incantati da come questi uomini siano riusciti a trasformare una spoglia baracca Nissen in un’opera d’arte. Colpisce specialmente il presbiterio, magistralmente decorato dai dipinti di Domenico, che si ispirò a un piccolo santino raffigurante la Madonna col Bambino, donatogli dalla madre prima di partire per la guerra. La Madonna è al centro del dipinto, con in braccio Gesù che tiene un rametto d’ulivo, simbolo di pace. Ai lati si trovano sei angeli che sostengono una pergamena con scritto “Regina pacis ora pro nobis” (Regina della pace, prega per noi) e due finestre che sembrano di vetro piombato ma che, in realtà, sono semplici lastre di vetro dipinte. Domenico riuscì magistralmente a dare un senso di profondità alle due finestre, tanto che sembrano vere.

Tra i dipinti ci sono san Francesco d’Assisi e santa Caterina da Siena (patroni d’Italia); sul soffitto, i quattro evangelisti. Una statua di san Giorgio (patrono della Scozia) è posizionata all’esterno della chiesa. I candelabri sono stati ricavati dalle lattine della carne in scatola.

Davanti all’altare si trova una magnifica cancellata in ferro battuto realizzata da Giuseppe Palumbi, che riuscì – nonostante il materiale di scarsa qualità – a forgiare un’elegante struttura fatta di volute, foglie e riccioli, alta tre metri e larga cinque. Una storia romantica narra di un cuore che Giuseppe nascose nella sua cancellata: un pegno d’amore sotto gli occhi di tutti, ma che solo pochi notano. È un cuore di ferro incastonato per terra, ai piedi dell’altare, nel punto esatto in cui le porte centrali della cancellata si chiudono. Il figlio e i nipoti di Giuseppe ricordano quanto egli pensasse alla Cappella, della quale teneva una foto esposta in casa. Giuseppe morì nel 1980, senza poter realizzare il suo desiderio di ritornare alle Orcadi.

Trasformate le due semplici baracche in una bellissima chiesetta, occorreva abbellire anche l’esterno. Fu il prigioniero Pennisi a realizzare il disegno, e poi il tagliapietre Buttapasta, con la sua squadra, a mettere insieme i blocchi di cemento per creare la bella facciata bianca con dettagli color terracotta che si vede ancora oggi. Su ciascun lato della porta si trovano due finestrelle ad arco; sopra l’ingresso si nota un bassorilievo con il volto di Cristo, mentre un piccolo campanile svetta in cima alla struttura. Buttapasta decorò anche il pavimento d’entrata con un mosaico in pietra recante la scritta 1944 in numeri romani. Vennero create piccole aiuole all’esterno e così la cappella fu terminata.

Il ritorno in Italia. Il 9 settembre 1944, a guerra finita, gli italiani lasciarono le Orcadi e iniziarono il lungo viaggio verso casa. La costruzione delle barriere era durata quattro anni, con l’impiego di quasi un milione di tonnellate di cemento e roccia, e soprattutto era costata lavoro, fatica e dolore a più di mille prigionieri.

Quel 9 settembre gli italiani del “Campo 60” salirono sugli autobus che li portarono a Stromness, dove si imbarcarono per raggiungere Thurso e poi prendere il treno che li avrebbe condotti nello Yorkshire. Tutti, tranne uno: Domenico Chiocchetti, che rimase ancora alle Orcadi per completare i lavori alla Cappella e, in particolare, all’acquasantiera, unico elemento ancora da finire.

Mentre Domenico lavorava, il Campo attorno a lui veniva smantellato. Una decina di giorni dopo anche lui salutò per l’ultima volta la sua chiesa mentre, a bordo di un camion assieme a soldati britannici, lasciava il “Campo 60”, dove aveva trascorso gli ultimi quattro anni della sua vita, convinto che non avrebbe mai più rivisto quei luoghi. Nel cuore si chiedeva se la sua chiesetta, ormai così solitaria, sarebbe sopravvissuta.

Il comitato per la conservazione della cappella. Per il decennio successivo la Cappella venne abbandonata a sé stessa, visitata solo occasionalmente dagli abitanti del posto e da qualche turista, ma mai curata, con la conseguenza che iniziò a deteriorarsi sia esternamente che internamente.

Fu padre Joseph-Ryland Whitaker, prete cattolico di Orcadi e Shetland, a prendere a cuore la storia della Italian Chapel e a capirne l’importanza storica e artistica. Nel 1958 riuscì a riunire un gruppo di gente locale in un Comitato di conservazione della Cappella, che tuttora gioca un ruolo attivo e fondamentale nel mantenere l’edificio per le generazioni future.

Venne deciso di intraprendere un’opera di restauro dei dipinti e, chi meglio di colui che li aveva realizzati, poteva – anche a distanza di tanti anni – sistemarli? Non si avevano però né contatti né notizie di Domenico Chiocchetti, e così la BBC mise in onda un programma radiofonico per tentare di contattare i prigionieri che avevano lavorato alla Cappella.

Provvidenza volle che i signori Harvey di Skipton, in Inghilterra, ascoltassero quel programma radiofonico ed essendo gli unici in Gran Bretagna ad avere l’indirizzo di Domenico (che, dopo aver lasciato le Orcadi, aveva trascorso un periodo in quella zona prima di essere rimpatriato), si misero in contatto con l’emittente. La BBC telefonò quindi al Comune di Moena. A quel tempo l’unico telefono del paese si trovava proprio in municipio e venne fissato un appuntamento affinché Domenico, avvertito, potesse rispondere.

Fu così che, quindici anni dopo, Domenico scoprì che la sua chiesetta era ancora in piedi.

Nel marzo del 1960 Domenico fece ritorno alle Orcadi, quasi vent’anni dopo la fine della guerra. Partito da prigioniero, ritornava ora come ospite d’onore, accolto dalle autorità locali. Entrò di nuovo, emozionatissimo, nella sua chiesetta. In un’intervista dichiarò: «Non si può descrivere come mi sentii in quel momento, nessun giornalista potrebbe tradurlo a parole. Ero commosso fino alle lacrime».

Nelle tre settimane successive Domenico si dedicò al restauro della Cappella, aiutato da una piccola squadra di isolani. Si ritoccarono i dipinti, si ripararono porte e finestre, si sistemarono infiltrazioni d’acqua e così via. Il 10 aprile, giorno precedente la sua partenza, si tenne una cerimonia solenne di riconsacrazione della chiesetta alla presenza di circa 200 orcadiani di varie appartenenze religiose.

Domenico lasciò agli abitanti delle Orcadi una lettera di ringraziamento, con qualche lacrima sul viso. In quella lettera aperta scrisse: «Carissimi orcadiani, la mia opera nella cappella è finita, ho fatto del mio meglio per dare alla chiesetta la freschezza che aveva un tempo. Ora la Cappella è vostra affinché la amiate e la manteniate. Io porto con me in Italia il ricordo della vostra gentilezza e meravigliosa ospitalità. Vi ricorderò sempre e i miei figli impareranno da me ad amarvi».

Un esempio unico. La Italian Chapel di St. Mary and Joseph rappresenta un esempio unico di devozione e fede religiosa in un contesto di prigionia. Questa chiesetta ha trasformato un luogo di detenzione e sofferenza in un simbolo di pace e fratellanza tra popoli diversi. Ora è un monumento di grande valore storico e culturale della Scozia.

L’ultimo restauro è stato effettuato circa dieci anni fa, e anche questo è avvenuto in modo curioso. La restauratrice è stata Antonella Papa, romana, che oltre al suo lavoro artistico coltivava l’hobby della fotografia. Girando per l’Europa venne colpita dalle bellezze naturali delle isole Orcadi e cominciò a esplorarle. Solo dopo alcuni anni scoprì la Italian Chapel. Visitò la chiesina e se ne innamorò per la ricchezza artistica. Notò che la costruzione aveva bisogno di restauri. Si informò e scrisse al Comitato di tutela manifestando la sua disponibilità a restaurare gratuitamente quel luogo di culto.

Il responsabile del sodalizio, John Muir, volle però accertarsi delle sue reali capacità chiedendole il curriculum. La restauratrice comunicò di avere un’esperienza trentennale e di aver lavorato ai Musei Vaticani e persino nella Cappella Sistina. A quel punto non si poteva desiderare di meglio e così le venne assegnato l’incarico.

Antonella Papa usò la tecnica del “restauro invisibile”, si informò sui materiali impiegati e adoperò gli stessi prodotti. Si incontrò con i familiari di Domenico Chiocchetti e chiese notizie per meglio comprendere il suo lavoro artistico. Alla fine, dopo il restauro, la Italian Chapel ritornò agli antichi splendori e sembrava appena costruita: un fiore bianco nella verde natura, tra l’azzurro del mare e il blu del cielo.

Orazio Laudani